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“I tempi sono ostili e sordi allo Spirito; per ripararsi dalla cappa incombente, il rimedio più accessibile è l’exit strategy, la via d’uscita da perseguire seduta stante, senza mobilitazioni di piazza, ne’ movimenti politici; è la migrazione interna o interiore, emigrazione mentale o sentimentale. Scelta singola o di gruppo. Migrare stando a casa o nel luogo eletto a dimora. Esilio interiore…
La migrazione interna non è una fuga dalla terra natia ma, all’opposto, il rifugio nei luoghi natii o significativi per ripararsi dalla dominazione presente. Il rifiuto della cappa sotto cui viviamo, per ripararsi ai margini della città o dello Stato; in campagna, in fattoria, nel paesino d’origine o d’elezione, nella località di mare o di montagna, restando a casa o nella seconda casa, o trasferendosi nel casale abbandonato, dove siano più lontani i clamori molesti del giorno. Stranieri nel tempo, di casa nel luogo.
La definizione di “migrazione interna” risale a Lev Trockij, che l’ha formulata in “Letteratura e Rivoluzione”, del 1924, e si riferiva a quegli scrittori antibolscevichi che non erano fuggiti all’estero dopo la rivoluzione comunista, ma erano imboscati in campagna nella semiclandestinita’ dei loro paesi, rifugiati nel grande ventre materno della loro terra per sfuggire al regime comunista e ai suoi obblighi più vistosi”.
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Da “La cappa”, Marcello Veneziani, epilogo, p. 200-201
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