Il “meccanismo base” del “comico” è la pernacchia: o meglio, la vanità, il narcisismo “punito” da una solenne pernacchia “popolare”. Questo è (per me) l’archetipo del “comico”.
Fa ridere a crepapelle l’Imperatore della celebre favola di Andersen che incede solenne e impettito nella parata solenne sotto gli occhi dei suoi sudditi, convinto di portare chissà quali pietre preziose addosso mentre invece… è nudo. Fa ridere a crepapelle soprattutto quando ad un certo punto viene deriso quando un bimbo scopre “l’arcano”. D'un colpo la teatralità della Maestà, dell'imponenza imperiale crolla sotto una massa di "pernacchie". E tutto per non aver voluto ammettere, nella sua superbia e arroganza, di essere stato circuito da truffatori che l’avevano “toccato” nel suo punto debole: la vanità.
Questo è il "comico".
L’Uomo è animale teatrale.
Tutti noi (nessuno escluso) calchiamo quotidianamente forse il più duro dei palcoscenici: lo sguardo degli altri (ieri in piazza, oggi sul web).
In questo inevitabile palcoscenico (ovvero il vivere in Società) nasce il “comico”.
Il “comico” fa paura, sostiene qualcuno.
Fa paura (si dice) ai potenti che (come l’Imperatore di Andersen) temono di apparire nella loro squallida nudità (quando invece pagano fior di consulenti per apparire persone speciali). Vero, ma non sufficiente. La resistenza al “comico”, infatti, non è (solo) politica, ma anche e soprattutto… antropologica.
Pochi ci pensano, ma il “comico” ha una genealogia “tragica”.
Già perché se è vero che tutta la nostra vita è ... "in situazione" (in società) si da anche il caso che talora la “situazione” sia sotto il nostro controllo, in altri casi no.
Quando “la situazione” è fuori controllo, sono problemi, anche seri: inutile nasconderselo, scoprirsi ridicoli può essere un’esperienza molto sgradevole e traumatizzante; scoprirsi ridicoli in ciò che credevano nostro punto di forza può distruggerci.
Genealogia tragica del comico: in fondo, gli antichi dovevano averla ben compresa, se è vero che le maschere comiche e tragiche usate nei loro palcoscenici erano di fatto complementari (bocca abbassata la maschera tragica, bocca alzata il comico).
Oggi si ride poco o meno rispetto al passato perché le persone hanno bassa autostima e in genere identità meno forti. Oggi si ride meno perché in genere le persone sono più sole e i legami sociali meno forti. Per questo il comico fa paura. E la cosa (se ci pensiamo) non riguarda solo i politici… Basta pensare alle conversazioni su social, specie su Facebook ad esempio mezzo più anti-ironico per antonomasia.Bisognerebbe vivere come un tempo desiderava Luca Barbarossa in Come dentro un film (1987): ovvero poter fare come al cinema la "moviola" anticipata della nostra vita per riuscire a scoprire da soli gli aspetti incongrui di noi stessi e correggerli: correggerli noi, prima che altri (traumaticamente) ce li correggano.
Si può fare? Certo: di fatto a questo serve la letteratura comica, insostituibile profilassi, insostituibile compagna del “buon vivere”.
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