AVVERTENZA: Contiene SPOILER
Il post-moderno è un po’ l’acqua (filosofico-culturale) in cui nuotiamo tutti in Italia, in Occidente almeno dagli anni 60-70 (dal Boom economico). Sinteticamente, con post-moderno intendiamo la fine delle grandi fedi ideologiche (comunismo in primis), la fine dell'idea che la felicità consista nella trasformazione (più o meno rivoluzionaria) della vita collettiva, restando al massimo un'idea tutta privata e individuale (vagamente epicurea) di felicità. Il post-moderno è l'acqua in cui nuotiamo quotidianamente, siccome da fenomeno culturale negli anni 60-70, a partire dagli anni '90, dopo la caduta del muro di Berlino, è diventato il duplicato culturale dell'ideologia della "fine della storia", radicando negli intellettuali (ma anche nel senso comune) l'idea che l'ordine liberal capitalistico sia intrascendibile, ovvero senza alternative (la famosa ideologia TINA...).Nonostante il post-moderno costituisca il "senso comune ideologico" degli ultimi 40 anni, o meglio il "pensiero unico" in Occidente in generale, in Italia, se chiedi qualcosa sul post-moderno, molti non sanno cos’è. Al massimo, i più balbettano di “crisi dei valori”; i più colti fanno i replicanti del Pasolini delle “Lettere luterane” (de relato!).
Personalmente trovo che non ci sia rappresentazione più efficace e “semplice” di questa temperie culturale e filosofica del film Il sorpasso di Dino Risi (1962).
Pigramente etichettato nel filone della commedia all’italiana, il film, nato da un soggetto di Sonego (grande sceneggiatore italiano) destinato ad Alberto Sordi e per la Casa di Produzione de Laurentiis, poi ceduto a Cecchi Gori, è il primo road movie italiano. Il titolo del soggetto originale, infatti, è assai eloquente, Il giretto. Un titolo assai eloquente dicevo, perchè ci riporta al tema centrale del film, la FLANERIE.
Cos'è la FLANERIE? E cos'è un FLANEUR?
Il FLANEUR alla lettera è un “bighellone”, uno che “va a zonzo” perché non ha niente da fare. Nell’immaginario cinematografico italiano la FLANERIE viene associata ai vitelloni di provincia, piccoli borghesi, magari anche colti e istruiti, ma che non hanno una posizione sociale, una professione e vivono alla giornata come eterni adolescenti. Piu prosaicamente in Italia, complice un noto film di Fellini, i soggetti che praticano la FLANERIE in Italia si chiamano “Vitelloni” (ricordo che “Vitelloni” è un neologismo coniato dallo sceneggiatore del celebre film, lo scrittore Ennio Flaiano). Un fenomeno sociologico (che Flaiano traeva dalla provincia abruzzese), ma che ha ben poco di filosofico.
Bisogna risalire a Walter Benjamin per vedere coniata la figura filosofica (ideal tipica) del FLANEUR. Grande critico esperto di Baudelaire, amico di Brecht, Benjamin ritrova la costanza e l’ambivalenza della figura del FLANEUR almeno dagli anni 30 del XIX secolo in quegli intellettuali-artisti-poeti programmaticamente CONTRO la Borghesia, dei cui codici etico sociali rifiutavano l’estetica improntata a pulizia e decoro (vedi l’estetica della “Boheme”, alla lettera “zingari-capelloni”, immortalata prima da Murger e poi nella celeberrima opera lirica di Puccini, in questo caso senza riferimenti alla carica di protesta politica anti borghese) o di cui disconoscevano alcuni valori fondanti come l’etica del lavoro borghese (di qui, l’universo della “DEBOUCHE”, i debosciati, ovvero nobili e borghesi che ostentavano il loro ozio poetico-letterario: vedi Baudelaire e molti poeti cd “maledetti”).
Il FLANEUR, secondo Benjamin, altro non sarebbe che la riproduzione a livello poetico-letterario del tipico “spirito di scissione” (che taluno chiama “coscienza infelice”) tipico cultura europea nell’800, specie al primo radicarsi del capitalismo (nella fase più cruda e selvaggia, non ancora edulcorata dall’integrazione dei Sindacati e movimenti operai nelle istituzioni). Il FLANEUR in fondo compie quello che Marcuse chiamerà “il gran rifiuto” della Borghesia, portando sul suo corpo le stigmate del rifiuto, senza però arrivare ad elaborare una vera ideologia anti borghese (come i primi comunisti, Fourier, Saint Simon che Marx bollerà come “utopistici”). Il “gran rifiuto” del FLANEUR si manifesterà nella disponibilità ad esperienze estreme come la sessualità libertina, la droga (Baudelaire, Rimbaud, Verlaine), nel l’omosessualità allora bandita (Verlaine e Rimbaud), la sifilide (ostentata da Guy de Maupassant). Oppure, più semplicemente, nell’accettare di “vivere sulla strada”, nel bighellonare sfaccendato, tanto odiato dai Borghesi.
Ma -ammonisce Benjamin- il “gran rifiuto” del FLANEUR è ambiguo. Il FLANEUR protesta contro i codici borghesi in nome del PIACERE conculcato dall’austerità borghese. Quindi, il rifiuto del FLANEUR è radicale contro gli aspetti austeri dello sviluppo borghese ma aperto e disponibile alle prime occasioni di divertimento di massa che questa nuova epoca offre (Cafè chantant, locali notturni, opera lirica…). Parigi -cui Benjamin dedicherà gli incompiuti e postumi “Passage” diventa la figurazione ambigua della Capitale moderna: centro del capitalismo e contemporaneamente centro dei piaceri, del primo divertimento organizzato di massa (prima di tv, radio e happening attuali!). Come dire: la FLANERIE -dice Benjamin- può integrare benissimo nello sviluppo capitalistico.
Il FLANEUR, secondo Benjamin, altro non sarebbe che la riproduzione a livello poetico-letterario del tipico “spirito di scissione” (che taluno chiama “coscienza infelice”) tipico cultura europea nell’800, specie al primo radicarsi del capitalismo (nella fase più cruda e selvaggia, non ancora edulcorata dall’integrazione dei Sindacati e movimenti operai nelle istituzioni). Il FLANEUR in fondo compie quello che Marcuse chiamerà “il gran rifiuto” della Borghesia, portando sul suo corpo le stigmate del rifiuto, senza però arrivare ad elaborare una vera ideologia anti borghese (come i primi comunisti, Fourier, Saint Simon che Marx bollerà come “utopistici”). Il “gran rifiuto” del FLANEUR si manifesterà nella disponibilità ad esperienze estreme come la sessualità libertina, la droga (Baudelaire, Rimbaud, Verlaine), nel l’omosessualità allora bandita (Verlaine e Rimbaud), la sifilide (ostentata da Guy de Maupassant). Oppure, più semplicemente, nell’accettare di “vivere sulla strada”, nel bighellonare sfaccendato, tanto odiato dai Borghesi.
Ma -ammonisce Benjamin- il “gran rifiuto” del FLANEUR è ambiguo. Il FLANEUR protesta contro i codici borghesi in nome del PIACERE conculcato dall’austerità borghese. Quindi, il rifiuto del FLANEUR è radicale contro gli aspetti austeri dello sviluppo borghese ma aperto e disponibile alle prime occasioni di divertimento di massa che questa nuova epoca offre (Cafè chantant, locali notturni, opera lirica…). Parigi -cui Benjamin dedicherà gli incompiuti e postumi “Passage” diventa la figurazione ambigua della Capitale moderna: centro del capitalismo e contemporaneamente centro dei piaceri, del primo divertimento organizzato di massa (prima di tv, radio e happening attuali!). Come dire: la FLANERIE -dice Benjamin- può integrare benissimo nello sviluppo capitalistico.
Ebbene, ne Il sorpasso di Dino Risi troviamo la figurazione di questa FLANERIE integrata nel sistema capitalistico "postmoderno" e anni 60, quello che i sociologi Boltanski e Chiappello, definiscono "post-borghese". Ricordo che parliamo di un'epoca dove la cultura della FLANERIE vecchio stampo muoveva gli ultimi fuochi: sto parlando in particolare della contro-cultura americana (gli hippie) e francese (la contestazione del Maggio, l’opera filosofica di Debord, il movimento Socialism ou Barbarie da cui uscirà Lyotard). Contemporaneamente, questa tradizione culturali, negli aspetti più edonistici ed estetistici, si avvivano a diventare un ingranaggio della vita quotidiana capitalistica grazie a cinema, tv, consumismo di massa (vedi riflessioni di Marcuse e Scuola di Francoforte rispettivamente su “tolleranza repressiva” e “industria culturale”).
Tradotto in parole povere, come Marcuse e i francofortesi notavano, il piacere, lungi dall’essere conculcato dai codici di integrazione capitalistica (come nella prima fase borghese), diventava esperienza pienamente accettata, liberalizzata, leva essenziale nel consenso di massa per il nuovo capitalismo ad impronta angloamericana europea di marca consumistica. Di qui, la liberalizzazione del sesso, l’abbassamento di età per esperienze prima riservate a certe fasce di età … tanto avversate dal Pasolini degli “Scritti corsari”.
Il tutto con un un volo pindarico a 360 gradi dai tempi descritti da Benjamin.
Nel Sorpasso di Dino Risi, il duo Bruno (Gassman) e Roberto (Trintignant), gli amici improvvisati per il “giretto di Ferragosto” diventano la figurazione di questo nuovo dimensione della FLANERIE post boom economico: ormai POST MODERNA. Mentre Roberto, il giovane studente ancor radicato nel mondo borghese, vive il “giretto ferragostano” come un’occasione di critica dei “pregiudizi” ereditati sulla vita borghese, Bruno, più anziano e disincantato, cerca solo il piacere per il piacere, sfruttando ogni occasione di incontro per godere. A suo modo, anche Bruno, come il tradizionale FLANEUR dell'800, è un esteta. Solo che il suo estetismo è indirizzato a dischi, marche, auto, simboli del benessere propagandati dall’industria culturale e pubblicitaria (“Il sorpasso” non ha quasi colonna sonora ad non il continuo fluire delle canzonette di allora, a quel tempo sparate dai Juke Box). Insomma, mentre nel giovane Roberto c’è ancora un bagliore di “coscienza infelice” riflessiva, nessuna ombra di riflessività si ritrova nella nevrotica ansia di godimento del maturo Bruno, che, in questo modo, diventa la figurazione definitiva e simbolica dell’antropologia del nuovo consumismo, che richiede persone vuote e non problematiche.
Insomma, Dino Risi ne Il sorpasso registra questo cambio di passo della FLANERIE anni 60, ormai definitivamente proiettata nel postmoderno e di cui paventa una prossima evoluzione darwiniana nel segno della rimozione delle residue coscienze critiche in nome di una totale e acritica adesione al capitalismo come fatto normale e naturale. Una “selezione naturale” di stampo darwiniana che il film segna inesorabilmente nel tragico finale, nell’incidente dove morirà il giovane Roberto e sopravviverà il più scafato Bruno.
Uscito nel 1962, nessuno in Italia si accorgerà del significato culturale del film. Ma se ne accorgeranno all’estero: Peter Fonda, il fratello della più celebre Jane, ne interpreterà una specie di remake in “Easy Driver” (1968), film cult della controcultura USA hippie; e anche la critica francese, dove il post moderno sta radicandosi, comprende il valore del “Sorpasso”, non riducibile alla solita commedia all’italiana estiva. Negli anni 80 anche la critica italiana rivaluterà questa grande opera di Dino Risi.

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