*Questo è uno scritto dichiaratamente ibrido a metà tra la "recensione filmica" e il "ritratto di signora" in forma epistolare. Immagino di scrivere una lettera a Rita, l'infelice personaggio femminile del film "L'Uomo di Paglia" (1958) di Pietro Germi, che ha il volto, la bellezza, la triste espressività di Franca Bettoja, attrice deceduta a 88 anni lo scorso 13 settembre. Questo modesto contributo è un omaggio alla memoria dell'artista scomparsa. Una inquieta e tragica femminilità, un presagio, nell'Italia del primo "boom economico", del "femminismo" degli anni a venire.
Eppure quando lo vedi, sembra proprio il tuo eroe; lui, Andrea: il "terzo uomo" della tua vita, dopo tuo padre (uno stravagante invalido di guerra, che non deve aver mai avuto gran voglia di lavorare), un fidanzato insipido (si capisce, l'hai incontrato poche volte). Lo hai incontrato e hai pensato: "Sì, quello è l'uomo per me, l'uomo che mi può rendere felice". Lo capisci subito: quando, infatti, vi incontrate per la prima volta nel film scatta una musica strana, singolare, un ballabile ammiccante e flessuoso, che tanto ricorda il motivo del "Terzo Uomo", il film con Orson Welles, con tutto quanto di esotico, misterioso, seducente porta con sè questa prospettiva per una ragazza come te, cui non rimane che il cinema, la sera, in borgata, per evadere, per sognare. E per te, Andrea Zaccardi, per quanto sia anche lui un poveraccio come tanti (un brav'uomo, un operaio), per te è l'America: perchè è uomo, ha quarant'anni, è maturo. E tu ti senti una bambina, che ha tanto bisogno di un uomo sicuro, di un punto di riferimento. Povera Rita, non immaginavi allora di avere a che fare ... con un uomo di paglia! Uno dei tanti. La disillusione degli uomini, quella no, non ti è venuta; e non hai fatto in tempo a fartela venire: hai vissuto fino in fondo il romanzo d'amore, anzi il fotoromanzo in cui credevi di vivere; e hai creduto di suggellare con la morte (la tua morte, il suicidio) un amore assoluto. Credevi di rivivere forse il grande amore tra Tristano e Isotta. Ma eri troppo giovane, povera Rita, forse troppo sbagliati erano i tempi in cui sei vissuta per comprendere che d'amore non si muore.
A 22 anni, credevi di aver trovato il tuo Tristano; invece per Andrea tu eri solo la ragazza della balera, la ragazza che si incontra una domenica, si frequenta qualche sera e poco più. Tu per Andrea eri solo una "breve vacanza": una pausa fortuita, perchè la sua famiglia si è dovuta assentare dalla città, perchè il figlio ha avuto una brutta bronchite e allora i medici consigliavano "aria buona", cioè aria di mare e allora è andato con la mamma al mare, dai nonni. Così Andrea che aveva disimparato a fare lo scapolo e il galletto da tanto tempo, una domenica si trova pigiato in una corriera insieme a tanti (militari di leva, suore, contadini, "burini" come si diceva allora a Roma) e, un pò per noia, un pò perchè forse ha bevuto più del solito inizia a stornellare un motivo popolare di allora, uno dei tanti, uno un pò scollacciato e (miracolo!) ti fa ridere. E ti fa pure cantare: tu così seria e seriosa da sembrare un'inglese (o forse una Carrà, anzi Pelloni, primissima maniera, algida, impenetrabile come un'inarrivabile Audrey Hepburn). La scintilla nasce da lì. Perchè poi, lui, visto l'iniziale successo, da bravo cacciatore, non molla la presa, e ti fa parlare; ti accompagna in autobus, e poi a piedi a casa.
Quando la storia inizia (inizia davvero), è una domenica sera. Tu sei al lavoro. Non c'è nessuno in ufficio (l'ufficio di tutti i giorni, sempre così popolato). Sei tu da sola, e ti senti protetta da quella solitudine, come in un bunker. Perchè sei in fuga, in fuga dai tuoi sentimenti. Sei lì -è chiaro-perchè vuoi affogare nel lavoro quel tormento, quell'indecisione che ti attanaglia. Lui, il tuo fidanzato, il bravo ragazzo, si è fatto vivo, avete deciso di ufficializzare la data del matrimonio, farete le carte (come si diceva allora). Ma tu sai che ami un altro, Andrea che ha il doppio della tua età (e del tuo fidanzato): e non lo puoi dire, troppo scandalo, troppo disonore. Ma tu sai anche che lui, Andrea, ti cerca (ora che non ha moglie): l'hai visto a casa tua, si è presentato alla tua famiglia come il bravo vicino che ha aiutato tuo fratello a trovare un posto in fabbrica (lui un calciatore, che rischiava di restare spiantato tutta la vita). Ma tu sapevi che era venuto lì per un altro motivo: lui era lì per te, cercava solo una scusa. Ma Andrea era come il "Re" della "Canzone di Marinella": "Un Re senza corona e senza scorta" che bussò almeno tre volte alla tua porta. Ma quella sera è la volta decisiva: lo vedi arrivare da te, in ufficio. E allora, cedi, ti butti nelle sue braccia.
Da quella sera, la storia inizia. Una storia clandestina, ma che di fatto tu non nascondi; perchè in fondo tu sei una ragazza che ama il rischio; perchè tu sei una tosta, una che non si accontenta della mediocrità: al totocalcio (giochi tutte le domeniche) giochi spericolato, apparentemente senza la "logica" dei consumati giocatori da bar, perchè cerchi il "colpo grosso", non ti accontenti del "13 popolare" - o milionaria o niente. E così in amore: capisci che anche in amore vuoi il massimo, vuoi essere padrona della tua vita, dei tuoi sentimenti. E vorresti gridare al mondo che tu, a dispetto di tutto e di tutti, ami un uomo sposato: perchè tu non sei come le altre, non sei come la massa conformista e più o meno "cattolicamente corretta" delle donne di allora (quelle che la Tv racconta tutta famiglia e verginità, tipo "Non ho l'età" e simili amenità). Eri una femminista, Rita, insofferente verso gli stereotipi che la società (ma in realtà il mondo degli uomini, il "patriarcato") ti imponeva. Meglio, eri una proto-femminista: per tua sfortuna eri precoce, troppo precoce, bruciavi le tappe; sei nata e vissuta troppo presto (anni 50) e in un ambiente troppo angusto e ottuso che non ti poteva capire, non poteva raccogliere le tue esigenze; sei nata in un mondo in cui le donne (anche del popolo) dovevano sposarsi e fare figli e chi si ribellava era una con i "grilli per la testa". Eri una crisalide, che non poteva diventare farfalla: eri sostanzialmente un bellissimo fiore, cresciuto in un prato ricolmo di escrementi. E la tua sorte era segnata.
L'amore che per te era eterno, impegno di una vita, per Andrea era solo la breve licenza del carcerato. Scaduta la libera uscita (tornata la moglie, i figli, ripristinata la routine di famiglia), l'uomo entrava nei ranghi. Andrea è diverso da te, lui in quella vita, la sua vita, fatta di convenzioni, disciplina, routine si trova benissimo; per te, invece, quella vita è un carcere e tu non vedi l'ora di fuggire. E' un uomo disciplinato, Andrea: disciplinato sul lavoro, corretto in famiglia, mai un gesto fuori posto, mai un momento sprecato. Così, tornato nei ranghi, Andrea ti evita. Ma tu non demordi: sei una che ama il rischio, vuoi difendere il tuo amore a tutti i costi, te ne freghi delle convenzioni che ti consigliano di lasciare perdere (ricordi la mamma quando ti diceva: "Non andare con gli uomini sposati, per loro non sei che un trastullo"?). Non demordi e così, vai a trovare Andrea ai cancelli della fabbrica, ti fai vedere dai colleghi. Lui diventa paonazzo, teme di essere scoperto dalla moglie, tergiversa. Vorrebbe essere affettuoso e appassionato come un tempo, ma la "nuova situazione" lo trattiene, è come un'auto che procede con un freno a mano tirato. Adesso, quando sta con te, Andrea ha mille precauzioni, esitazioni, non ha più con te gli abbandoni appassionati di un tempo (solo di qualche settimana fa). E cerca continuamente pretesti per scappare, per evadere da te.
C'è un momento preciso in cui il vostro amore finisce: tu telefoni a lui da una cabina telefonica; non si sentono le tue parole, ma dal tuo volto stravolto si capisce che sono parole disperate. Si capisce che tu stai lanciando ad Andrea il tuo ultimatum: "o resti con me, o dico tutto a tua moglie!". E' la tua sfida estrema. Sono attimi difficili per Andrea che esita. Ma ecco che il caso (il destino) offre ad Andrea il più valido pretesto per troncare: la famiglia! Nei romanzi d'appendice moraleggianti dell'800, nelle sceneggiate napoletane, il marito più scapestrato, anche quello più dissoluto e traviato nei vizi più turpi, non manca mai di tornare all'ovile davanti al pianto dei figli ("la voce del sangue"): non lo insegnavano i napoletani che "I figli so' pezz' e core"? Mentre Andrea correva da te sul Lungotevere dove vi eravate dati appuntamento, Tripoli, il bastardone di casa, veniva investito da un camion e successivamente abbattuto da una guardia come un randagio. Il tutto sotto gli occhi del figlio decenne di Andrea, Giulio, che era accorso, piangendo e gridando come un disperato. Tutto davanti a te, a pochi metri da te. Davanti a quella straziante scena, Andrea non ha trovato di meglio che far finta di non conoscerti, per accorrere subito dal figlio e consolarlo. Non c'era più possibilità di equivoco: davanti alla famiglia di Andrea, anche tu facevi la figura di una randagia, non ti restava che sparire: eri una cosa, e per di più inutile, un intralcio.
No, non era il rimorso per la famiglia che tormentava Andrea e lo allontanava da te. La famiglia era per lui solo un pretesto per cercare di "finire in bellezza", per troncare senza troppi scossoni. La verità è un'altra, per lui quell'amore non aveva lo stesso significato "esistenziale" che aveva per te. Tu credevi in quell'amore, credevi che quell'amore avrebbe sfidato il mondo e irriso le convenzioni e le ipocrisie del tuo ambiente; ma soprattutto, Rita, tu credevi che accanto a te, in questo "amore che sfidava il mondo" ci sarebbe stato Andrea; invece, Andrea al momento buono si era sfilato col pretesto del "tengo famiglia". Lui, il tuo eroe, quello che credevi il tuo Tristano, non era che un uomo come gli altri: un uomo di paglia.
Siamo al finale di partita. Tu concludi. E concludi in un modo che oggi fa (giustamente) orrore. Concludi come una ragazza "di altri tempi", ancora intrisa di quel "tragico" (o "melodrammatico") che andava in voga tanti anni fa, come in certe opere di Verdi (ma anche di Puccini) dove le passioni sono estreme e dove l'amore si accompagna alla morte. Un bel giorno decidi di buttarti giù da una finestra e di troncare tutto per sempre. Concludi in fondo come Butterfly, non potendo resistere alla delusione di un amore. Oggi, grazie a Dio, le Madame Butterfly (ma anche i giovani Werther) sono finiti in soffitta (almeno si spera) a marcire come tanti soprammobili che non si usano più: le donne soprattutto oggi (e meno male!) non sono più disposte a pagare un prezzo così elevato in una relazione amorosa. Ma ci sono voluti anni di divulgazione, di auto-coscienza femminile (femminista) per capirlo: allora, nel 1958, tutto era di là da venire.
A noi non resta che fare la cronaca del "tuo finale" e dell'umiliazione atroce, senza scampo che hai inflitto al tuo ex-amato Andrea. "Quella" sera, Andrea sta tornando dal cinema con la famiglia: sono settimane che è tornato all'ovile e che ha dato prove di ravvedimento e di dedizione incondizionata alla famiglia. La moglie è felice e raggiante e proprio "quella" sera ti rivela che ha fatto un voto alla Madonna: alla Madonna aveva chiesto di far tornare la pace in famiglia, la Madonna l'aveva esaudita e domenica sarebbe andata in Chiesa a ringraziare. Un "presepe familiare" in piena regola. Ma proprio in quel momento, nel cortile del condominio, è un grande caos di ambulanze e soccorritori. Il mistero è presto svelato da Giulio, il figlio di Andrea: "la ragazza della scala L si è buttata giù; i pompieri hanno provato a soccorrerla ma era già morta!". Ecco il prezzo della ritrovata pace familiare di Andrea!
Io non so, Rita, quanti di noi, specie i più giovani, hanno visto, apprezzato e amato come me questo grande film che ti vede protagonista, "L'Uomo di paglia" di Pietro Germi. Un film che risente sicuramente del tempo che ha, ma che è in fondo il primo (certo non del tutto consapevole) film femminista (o proto-femminista) della storia del cinema italiano. Il primo film dove è messo in discussione il "patriarcato". Il sessantotto, il femminismo ... erano di là da venire. Ma questo film ha aperto la strada in tempi non sospetti e fatto riflettere: proprio guardando te, Rita, tante donne, sono rimaste sconcertate e hanno iniziato ad aprire gli occhi, a capire di non dover essere più subalterne, sottomesse agli uomini e alle logiche patriarcali della Società.
Grazie Rita; grazie Franca Bettoja: ti sia lieve la terra.
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