Balsamus (opera prima di Pupi Avati del 1968) è un film praticamente invisibile. Meglio, introvabile. Non pare uscito in VHS, in DVD. Tanti anni fa, ebbi occasione di trovarlo fortuitamente in non so quale TV locale e lo registrai. Diversamente, non sarei mai riuscito a vederlo. E’ insomma un mistero. Un mistero critico. Ma è un mistero che ha una possibile e decisiva chiave: la Rocchetta Mattei.
Balsamus, infatti, è un abortito (eppure
promettente e interessante) episodio di “decadentismo felsineo”. Esattamente
come Rocchetta Mattei. Ma il film non è noto in questi termini.
Per questo, dobbiamo riavvolgere il nastro.
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“Ciò che è noto, non è conosciuto”, diceva Hegel.
Un detto che si sposa a pennello per il film Balsamus di Pupi Avati. Girato nel 1968, distribuito (stentatamente) nel 1970, il film è anche noto per aver portato ad una certa celebrità il protagonista, Bob Tonelli, uno dei caratteristi più ... caratterizzanti del cinema di Avati almeno fino alla Gita Scolastica. E' altresì noto che Balsamus fu un film "baciato dalla fortuna": proprio grazie a Bob Tonelli, infatti, Avati e la sua scalcagnata banda di amici cinefili fu messo in contatto con un certo “Mister X”, che garantì le finanze al film.
Insomma, la "cronaca" del film è nota. E' carente, però, l'ermeneutica; del film, in altre parole, non è noto … il motivo. Non è noto cioè il motivo che spinse Avati a scegliere di filmare proprio quel soggetto; non si conosce in altre parole l’influenza culturale, artistica, letteraria che davvero ha plasmato l’ispirazione del regista, la sua creatività. Non si sa nulla. O meglio nulla all’infuori dell’etichetta: “Film provinciale, sbagliato” (appiccicata dal regista). Questo, a partire dal film Tv Cinema!!! (1979), di fatto una sorta di “interpretazione autentica” di Avati della sua opera prima. Balsamus, insomma, lo si classifica negli esatti termini con cui Pupi Avati ha sempre accreditato: un film velleitario, frutto di provincialismo, di gratuità culturale e ingenuità giovanile.
Tralasciando l’umiltà del regista (pure apprezzabile), è da rilevare il caratteristico "Bias di conferma" che caratterizza la critica e le recensioni raccolte dal film Balsamus nel corso di questi 50 anni. Balsamus cioè viene solitamente etichettato come "film precursore”: da un lato come "precursore" del temi dell'Avati maturo (vedere Lorenzo Codelli, pure avatiano della prima ora: “Con il senno del poi, si potrebbero isolare certe componenti di Balsamus e dimostrarne gli sviluppi paralleli”); dall'altro, come film “precursore” di una certa tendenza alla trasversalità dei generi che pure caratterizza il cinema avatiano affermato: in questo senso, Curti, in Italian Gothic Horror Films 1970-1979, (McFarland, 2017) ritrova in Balsamus un film “inclassificabile”, precoce rivelazione dell'ecletticità avatiana, ovvero della capacità (che renderà famoso il regista bolognese) di “attraversare” i più diversi generi (horror, favola, grottesco). Tutto ciò non è sbagliato, ma è, nonostante tutto, abbastanza fuorviante.
E’ fuorviante, cioè, volere a tutti i costi
allineare Balsamus ai film della produzione avatiana “matura”. Balsamus
possiede, infatti, una specificità propria che usualmente non si coglie (ma esiste), è cioè la testimonianza di una ricerca artistica avatiana che, con la maturità, si inabisserà fino a
scomparire.
Chiariamoci. Balsamus, come film, è
orrendo. E l’umiltà dell’Autore (che riconosce i suoi errori) è molto
apprezzabile. Ma al critico non basta l’umiltà dell’artista che riconosce il
proprio errore artistico. Al critico interessa sì giudicare sbagliata un’opera
(se tale è), ma più che altro deve comprendere la genesi dell’errore. Perché se
l’artista è grande, anche i suoi errori giovanili sono interessanti; anche gli
errori giovanili, infatti, tradiscono lo spessore dell’artista, la sua cultura,
la sua inventiva: anche un’opera “abortita” parla di un Autore, della sua
storia, del suo spessore, esattamente alla pari delle opere “riuscite”.
Un Giacomo Puccini, ad esempio, non sarebbe stato
il grande Puccini senza le operine d'esordio fragili come Le Villi (1883),
ovvero maldestre come Edgar (1889), allo stesso modo Pietro Germi non sarebbe stato il grande Germi senza aver prima decantato le fragilità
stilistiche e tecniche de Il Testimone (1946) e La
città si difende (1949), così Pupi Avati non sarebbe il grande Pupi
Avati senza Balsamus e senza Thomas... gli indemoniati.
Gli errori degli esordi sono sempre decisivi per la maturazione e senza quelle
prove malriuscite non riusciamo a capire ed ad apprezzare veramente i momenti
maturi e migliori di un Autore: la loro comprensione critica, in una parola,
rimane monca.
Senza farmi illusioni, proverò a offrire alcuni
spunti di riflessione sperando che, nel tempo, possano contribuire a superare
questo che a mio giudizio è il principale “scoglio critico” dell’opera
avatiana.
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Quello che è noto, non è conosciuto, diceva
Hegel.
Ora, di Balsamus è nota la trama: è
un nano-negromante che vive nel suo castello (il film è girato a Rocchetta
Mattei, come dicevo). La storia è contemporanea al tempo in cui fu girato il
film, fine anni '60, ma Balsamus e la sua corte sono tutti
agghindati come personaggi del '700. La figura di Balsamus evoca, come noto,
Giuseppe Cagliostro (Giuseppe Balsamo appunto) e così i rituali esoterici in
cui egli vive insieme alla sua corte. Ciò è noto.
Non è noto (o meglio non è mai stato spiegato), invece, perchè Avati e i suoi sceneggiatori (Enzo Leonardo, Giorgio Celli) abbiano deciso di inserire la vicenda del nano Balsamus all'interno di questa sfasatura storico-temporale: una sfasatura che ricorda da vicino l'Enrico IV di Pirandello (tra l'altro, quest'opera, nella versione cinematografica di Marco Bellocchio è stata anch'essa girata nel 1983 alla Rocchetta Mattei...).
In effetti, scorrendo la storia del nano, ci accorgiamo che anche il nano-mago Balsamus vive la stessa esistenza dissociata dell'Enrico IV di Pirandello; come l'Enrico IV di Pirandello, infatti, Balsamus vive proiettato in un mondo immaginario, protetto, ma anche sfruttato dagli amici e parenti. Ma Balsamus ha un'aggravante: mentre l'Enrico IV di Pirandello vive la sua "dissociazione" solo nel privato, Balsamus invece passa per un guaritore e la sua fama gli porta adepti, richieste di grazie e di guarigione da tutto il mondo. Grazie e voti che alla bisogna vengono evasi dai collaboratori che non si tirano indietro, specie quando in ballo ci sono lucrose donazioni. Ma come nell'Enrico IV di Pirandello, la storia di Balsamus degenera nella paranoia: se, infatti, il personaggio pirandelliano si ostina nel voler calcare il suo personaggio medievale e dissoluto al punto da uccidere il suo virtuale rivale in amore (in un virtuale duello), Balsamus, non creduto nemmeno dopo aver dimostrato di essere un vero mago (riesce a far risorgere la suocera), si uccide.
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Si sa che il film Balsamus è ambientato nelle colline
bolognesi: è noto, del resto, l'amore di Avati per la sua terra e come l'Emilia abbia offerto molte delle più note e suggestive location di Avati. Meno noto, invece, è che esso è ambientato in Rocchetta Mattei.
Avati in Cinema! racconta di
aver scoperto Rocchetta Mattei, nel corso di un sopralluogo alla ricerca di
una location adatta al suo film. Più in particolare, stando quindi alla
"versione ufficiale" del regista, egli avrebbe scoperto Rocchetta
Mattei solo dopo aver scritto la sceneggiatura di Balsamus. Insomma, una scoperta
causale. Ora io invece mi chiedo: e se invece Avati si fosse deciso di scrivere
e girare un film come Balsamus solo dopo aver visitato
Rocchetta Mattei? E se la location di Rocchetta Mattei non sia stata una
scoperta causale, ma la sorgente del soggetto?
Ora, procediamo con ordine. Certamente, Rocchetta
Mattei è un “luogo letterario” per definizione. L’ideale per ambientare un
“certo tipo di film”.
Un luogo “inattuale”: una rocca medievale
“rifatta” con lo stile di fine 800 e inizio 900 dove ora ti trovi
proiettato nello stile gotico dell’architettura originaria, ora sei proiettato
nel finto moresco, nel liberty. Kitsch, Pastice estetico
architettonico: il tutto rivela una chiara e inconfondibile matrice decadente.
Come -mutatis mutandis- i
castelli di Baviera di Ludwig II, trasfigurazione estetica di una gloria
imperiale stile Versailles di un Sovrano ormai uscito dalla Storia; come il
Castello Miramare di Trieste, rappresentanza dell’impossibile gloria imperiale
di Massimiliano, fratello di Francesco Giuseppe Imperatore d’Austria. Testimoni
di quell’epoca che va grosso modo dal 1848 al 1914 e che il filosofo Gyorgy
Lukàcs qualificherà “Distruzione della Ragione”.
Chi abita un luogo simile può essere solo un certo
tipo di uomo: un uomo che vive nel proprio tempo e contemporaneamente lo
rifiuta.
Vi può vivere un uomo come l’Enrico IV di
Pirandello. Non a caso, Rocchetta Mattei è stata anche la location della versione
cinematografica della pièce pirandelliana di Marco Bellocchio del 1983 con
Marcello Mastroianni e Claudia Cardinale. Una scelta decisamente azzeccata.
Ma questa è anche l’abitazione ideale anche per
il Balsamus di Pupi Avati: un uomo del XX Secolo che crede di essere la
reincarnazione del Mago Cagliostro e vive (e fa vivere i suoi collaboratori) in
abiti e atmosfere di settecento alchemico ed occulto.
E’ infatti proprio Rocchetta Mattei, a conferire
al film Balsamus la sua peculiare cifra stilistica (solitamente ignorata
dalla critica e negletta dal suo stesso Autore): un singolare episodio di decadentismo
felsineo.
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Detto questo, però, dobbiamo fare un passo
avanti.
Se è vero che Rocchetta Mattei è un luogo
assolutamente adatto come location del film-opera prima di Avati, si dà il caso
anche che esso fosse abitato da un personaggio (l’Ing. Conte Cesare Mattei) che
assomiglia quasi come una goccia d’acqua al protagonista Balsamus dell’opera
prima di Avati.
L’Ing. Conte Mattei: chi era costui?
Come Balsamus fu un "guaritore" di fama mondiale, cultore di arti paramediche, lo “scopritore” della discussa Elettromeopatia che lo rese famoso in tutto il mondo (convogliando alle sue cure anche importanti teste coronate europee). Una specialità che durò dagli anni ’80 dell’800 fino al 1959 circa (anche se negli ultimi anni in declino sempre più accentuato).
Ricerche al limite del razionale e dello scientifico: ma alla pari del Balsamus di Pupi Avati, erano ricerche sincere: l'Ing.Mattei era, infatti, seriamente mosso da intenti filantropici e dal desiderio di alleviare il dolore ai sofferenti.
E come il Balsamus di Pupi Avati, il Conte provocatoriamente inattuale: mentre i “pari” del Conte Ing. si battevano per lo più per l’Unità d’Italia (chi per convinzione, chi per opportunismo), il Conte Ing. viveva appartato nel suo “albergo”, facendo del suoi bizzarro castello in collina una sorta di Montagna Incantata (Thomas Mann) al riparo dai tumulti della storia e della politica.
Come il Balsamus avatiano (ma anche l'Enrico IV di Pirandello) tutta la vita del Conte era giocata sulla difensiva, continuamente ròsa dal sospetto circa la buona fede di chi lo circondava. Sospetto che divenne aperta paranoia negli ultimi tempi, quando (complice la vecchiaia) il Conte si industriò a creare incredibili marchingegni per non chiari e non dimostrati pericoli: come il ponte levatoio che fabbricò nella propria camera da letto, che tutte le notti si alzava e ne isolava la camera da letto, in modo da isolarsi da tutti ed impedire a possibili malintenzionati di ucciderlo, soffocarlo, avvelenarlo...
Insomma, se c’è una chiarissima continuità
“stilistica” tra il film Balsamus e la stessa Rocchetta Mattei, esiste
anche una (possibile, molto verosimile) “continuità biografica” tra l’Ing.
Mattei e il personaggio mago-nano di Pupi Avati: forse che il personaggio
di Balsamus è la trasfigurazione mitico-letteraria della
figura dell'Ing. Mattei, il fondatore dell'omonima rocca? Ora, io non accampo
certezze (ciò sarebbe presuntuoso e fuori luogo); ma il sospetto viene ...
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In conclusione di questo mio contributo, mentre
riconosco che la mia esegesi di Balsamus di Pupi Avati è abbastanza
“originale”, riconosco anche contemporaneamente che potrebbe essere sbagliata.
Ma una cosa deve essere chiara: io non rivendico il diritto di avere ragione,
quanto un diritto di “andare contro corrente” rispetto alla critica cinematografica più consolidata. Trovo, infatti, strana e,
se mi si permette, sospetta l’uniformità con cui i critici, rispetto a Balsamus,
si sono nel tempo allineati al giudizio del regista (cui ripeto va la nostra massima stima per la sua assoluta umiltà, oltrechè per la sua arte, naturalmente!).
Tutte le “narrative” (a partire da quella
accreditata da Pupi Avati in Cinema!!!) che riducono Balsamus ad
una mera “avventura goliardica di ingenui provinciali” mettono inopinatamente
tra parentesi un dato invece sicuro: ovvero che il film Balsamus, nonostante
l'evidente e notorio fallimento, nacque
certamente come un film provocatorio e divisivo, almeno nelle intenzioni (che,
come detto, è questa la prospettiva da cogliere per quest’opera prima). Lo
stesso Avati ne rivendicò l’intenzione in una puntata di Trent’anni della
nostra storia nel maggio 1991 (“All’inizio facevamo i film per provocare e
svuotare le sale”).
In che cosa questo film era sicuramente divisivo (almeno nelle intenzioni)? Non nell’ecletticità dei generi (horror, favola, grottesco), come si è portati a dire oggi pur se grazie a studi seri ed attenti (vedi Curti); quanto per il suo aperto “decadentismo”, per i chiarissimi e ostentati richiami “decadenti” visibili sia nella trama, sia nella speciale ambientazione (Rocchetta Mattei). Perché il tema della “magia” è un tema apertamente “decadente” che richiama certo “spiritismo” tipico di molta letteratura di fine secolo (pensiamo a Malombra di Fogazzaro…); perché tipicamente “decadente” è il profilo del Mago Balsamus che, in assoluta analogia con l’Ing. Mattei (veramente esistito) si ritira dal “mondo”, dalla “Storia” (perchè sceglie di vivere in un ambiente dove il tempo si è fermato) e dalla “Scienza” (perchè sceglie la magia), rifiutando cioè tutti baluardi del “pensiero positivo” ottocentesco, per darsi alla “magia terapeutica”: un novello Cireneo ateo che, ragionando del comune male del mondo, si impegnò, fuori da ogni illusione politica, scientifica e sociale, nel “guarire”, ovvero nel “dare sollievo” a chi soffriva, sia nel corpo, sia nello spirito.
Temi del genere oggi sembrano innocui. In fondo, oggi al cinema, in TV il tema della magia è ampiamente sdoganato da film fantasy di qualunque risma (vedi Harry Potter, con cui comunque Balsamus non ha nulla da spartire!). Le cose, invece, non stavano così nel 1968, quando Balsamus fu girato. Ciò perchè la "magia" richiamava al tempo (1968) un universo simbolico apertamente rifiutato dall'establishment critico-politico-accademico dominante all'epoca. Un simile establishment critico, portato a celebrare con sommo ottimismo razionalista “le magnifiche sorti e progressive” del mondo non poteva che considerare con ostilità la magia e gli accenti “decadenti” che essa richiamava; e quindi non avrebbe mai potuto stimare un film e un personaggio come il Balsamus avatiano. E quando parlo di critica mi riferisco, tra gli altri, ad un critico militante dell'epoca molto autorevole come il lucacciano Guido Aristarco, assolutamente ostile alla rievocazione di incubi fantastici e poetici borghesi di fine ‘800 e inizio ‘900 accusati di aver partorito l’irrazionalismo da cui erano poi partite le grandi guerre e i totalitarismi (vedi la “Distruzione della Ragione” secondo Gyorgy Lukàcs). In questo contesto, quindi, Avati, con Balsamus, riproponendo questi temi nel 1968, in fondo faceva la figura di chi bestemmiava in Chiesa; voleva certamente provocare (anche se poi questa provocazione è stata diluita dalla scarsa circolazione prima e dell'oblio del film poi).
Come detto, oggi si parla di Balsamus in rapporto ai
“generi”, come "precursore" della capacità dell'Avati maturo di “spaziare” tra i generi e mescolarli. Ora, chiariamoci: Avati è
stato sicuramente un regista che ha saputo attraversare con pari maestria
generi gotico-fantastici (vedi La Casa dalle finestre che ridono) o
sentimentali-nostalgico-minimalisti (Jazz Band, Cinema!!!, Una
gita Scolastica e altri). Nel “programma
avatiano della prima ora” (rivelato da Balsamus), però, il “problema dei
generi” (o della loro contaminazione) non si poneva (o comunque non era in
primo piano). Le “intenzioni” del primo film rivelano qualcosa di più, ovvero
un’iniziale direzione del cinema di Avati molto diversa dai film successivi.
Una direzione molto più culturalmente impegnata e molto meno legata ai clichè
che in seguito hanno fatto di Pupi Avati un regista affermato.
Certo, gli esiti, la realizzazione artistica dei
film d’esordio in nessun caso può dirsi all’altezza delle (verosimili)
intenzioni. Ma (come detto) in un’opera prima sono le “intenzioni” che
inevitabilmente contano. E sono “intenzioni colte”.
Sono queste “intenzioni colte” (per quanto “tradite”
da una realizzazione non all’altezza) che fanno di Balsamus un film a sé,
poco (o quasi per nulla) comparabile con la produzione avatiana successiva.
Intenzioni colte che devono finalmente portarci a
riconoscere il notevole backround colto di un grande
regista come Avati, ben aldilà del clichè gotico-nostalgico cui è stato
successivamente legato, anche se la sua umiltà lo porta a schermirsi e a
nascondere questa sua caratteristica. Pochi sanno, ad esempio, che Avati
collaborò alla revisione di un film come Salò di Pasolini: la
collaborazione non gli fu accreditata per intricate questioni legali e
produttive; eppure, anche questa collaborazione rivela una notevole affinità di Avati se non con la
letteratura “decadente” in senso stretto, comunque con i temi sofisticati (la letteratura sadiana, appunto) che una certa
critica di stretta osservanza lucacciana della Sinistra militante (Aristarco)
degli anni 50, 60 e 70 avrebbe certamente bollato come “irrazionalisti”. Senza
contare che ne La Casa dalle finestre che ridono, Avati si avvale
(vedere i titoli) della “consulenza speciale” di Eugene Walter. Costui, che nel
citato film avatiano ricopre il celeberrimo e ambiguo ruolo del Sacerdote don
Orsi, è comunque noto al pubblico come un caratterista americano già di Fellini
(vedi Otto e mezzo, 1963), di Dino Risi (Il giovane normale,
1969), fino a commedie di Serie B degli anni ’70 (vedere Le Braghe del
padrone, di Flavio Mogherini, del 1978). Pochi sanno, però, che Walter è
stato anche uno scrittore impegnato in una delle avventure letterarie più colte
e sofisticate del secondo novecento italiano, ovvero la rivista Botteghe
Oscure: un altro indubbio legame del cinema avatiano con la cultura e la
letteratura “alta” o comunque “di livello”.
Perché, in fondo, questa caratteristica di
impegno culturale, nel cinema successivo, sembra perdersi? Io credo che il vero motivo vada ricercato in queste parole con cui Avati traccia un bilancio secco
e impietoso dei suoi primi film: “Mi consideravo ormai arrivato, e allora ho
cominciato a recitare la parte del regista tipo Novella 2000, approfittando
della situazione biecamente. E’ stato l’anno più tremendo della mia vita”.
Ancora: l’umiltà del regista, la sua grande e ammirevole modestia di grande
artista, ma soprattutto uomo. E' ora però che i diritti della critica (e della storia, ormai) abbiano la meglio sulla pur apprezzabile umiltà del regista.
FOTO DELL'AUTORE (GIORGIO FRABETTI)